Buona Pasqua 2026

Gli auguri di buona Pasqua in un tempo in cui molte vane speranze si svelano incapaci di dar senso alla vita.

Nel racconto della Passione di san Matteo letto la scorsa Domenica delle Palme c’è un particolare che racchiude in sé il senso della Pasqua cristiana. Lo si trova ai versetti 52-53 del capitolo 27 in cui si afferma che nell’istante della morte di Gesù Cristo: “I sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”.  

Questo passaggio narrativo sembra fra i più enigmatici e teologicamente densi dell’intero Vangelo. Ci si rende conto che il significato non può essere meramente cronachistico, ma racchiude in sé una profonda dimensione simbolica, in particolare redentiva. In effetti, le comunità cristiane che hanno raccolto la testimonianza di san Matteo provenivano da un ambiente culturale giudaico. 

In quel contesto, l’immagine dei sepolcri che si aprono richiama visioni profetiche simili a quelle che si trovano nel libro di Ezechiele al capitolo 37: non si tratta tanto di uno sterile “reportage” di eventi dal gusto magico-misterico (la fede in Dio non è incantata e fatua creduloneria) quanto della proclamazione dell’intenzione con la quale Dio si rivela da sempre agli uomini: salvare le loro vite dall’angoscia della morte. La contemplazione della morte di Gesù apre, quindi, la via ad una possibilità universale di salvezza: la morte non è più l’ultima parola. 

Questo messaggio è richiamato anche nell’antica sequenza che si legge ogni anno nella messa del giorno della Solennità di Pasqua: “Mors et vita duello, conflixere mirando: duxvitae mortus regnat vivus”, che significa “Morte e vita si sono affrontate in un meraviglioso duello: il re della vita, morto, regna vivo”.  

Di conseguenza, il dettaglio per cui i santi risorgono alla morte di Gesù, ma “entrano nella città santa” solo dopo la sua risurrezione, è teologicamente cruciale: Cristo, per chi ha fede in lui, resta il primogenito dei morti, colui che inaugura la salvezza per ogni uomo e donna nella nuova ed universale alleanza con Dio. Il testo non va letto tanto come una moltiplicazione spettacolare di miracoli dal tono macabro, come se degli zombi fossero usciti dalle loro tombe, bensì come una narrazione che intende richiamare il cuore stesso del messaggio escatologico cristiano. Il Vangelo non è come un film horror, è il racconto veritiero di ciò che è accaduto al Signore della vita.

Alla luce di questo annuncio, ci si potrebbe domandare che cosa possa mai significare oggi il credere che “i sepolcri si aprono” e “i corpi dei santi risorgono”? In un mondo segnato da guerre, da violenze, crisi ambientali e atti di quotidiana follia, che cosa intende comunicarci san Matteo a Pasqua? Come poter credere che oggi la morte non sia l’ultima parola del senso delle nostre vite umane? Tutto ciò, non suona come una proclamazione di vane e infantili speranze? 

In effetti, potrebbe sembrare così a morti. Tuttavia, per chi si trova sotto la croce di Cristo nell’oggi e contempla la sua morte dal basso verso l’alto, l’impressione è molto diversa. Si tratta del punto di vista dell’evangelista Matteo che contempla la resurrezione di Cristo dal basso della croce. Questo posizionamento di sguardo considera il morire di quell’uomo apparentemente solo umano la sconfitta della disperazione di fronte alla morte. La croce di Cristo appare, quindi, non come l’eliminazione della morte, ma come la vittoria sulla prospettiva per cui la morte è mortifera per l’animo umano. Sotto la croce, l’ultima parola che rimane non è disperazione. Non è angoscia. Nemmeno paura.  Solo Speranza che non delude.

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