In memoria di Habermas

Di Luciano Pace
Come è stato giustamente rimarcato dalla buona stampa odierna, la morte di Jürgen Habermas segna la scomparsa di una delle voci più autorevoli della filosofia europea del secondo Novecento e dell’inizio del XXI secolo. Con lui si spegne un filosofo che ha dedicato la propria vita a interrogare la possibilità e i limiti della ragione nella modernità, nella convinzione che essa potesse davvero esprimere il suo potenziale di umanità nella forma del dialogo avulso da ogni prepotenza.
Habermas si formò nel clima intellettuale della Scuola di Francoforte, erede della tradizione della teoria critica della società sviluppata da pensatori come Max Horkheimer e Theodor W. Adorno. Da quella tradizione egli apprese, in particolare, la diffidenza profonda verso tutte le forme della razionalità che si riducono a strumenti di dominio. A suo giudizio, la stessa ragione illuministica può diventare, se non ci si fa bene attenzione, una forma di tecnica a servizio del potere e del dominio. Tuttavia, Habermas non condivise mai fino in fondo il pessimismo che talvolta attraversava gli argomenti dei suoi maestri. Al contrario, cercò di salvare dall’interno il progetto dell’Illuminismo, mostrando che nella comunicazione tra gli individui esiste una riserva di razionalità che non coincide con il controllo o con l’efficienza sistemica. Se per i suoi maestri la razionalità illuministica era ormai decaduta, per Habermas si configurava solo come incompiuta e, quindi, ancora possibilmente realizzabile a determinate condizioni.
La sua teoria dell’agire comunicativo nasce proprio da questa convinzione. Secondo Habermas, quando gli esseri umani entrano in dialogo non si limitano a scambiarsi informazioni. La comunicazione è più ricca del semplice informarsi a vicenda. Chi comunica intende avanzare reciproche pretese di validità di quanto discute. Ogni affermazione di un interlocutore chiede di essere riconosciuta come vera, ogni promessa fatta come sincera, ogni norma come giusta. La possibilità di discutere queste pretese di validità in condizioni di libertà e reciprocità costituisce, per Habermas, il nucleo normativo della vita democratica. In un contesto societario democratico la ragione non è quindi proprietà di un singolo soggetto, né di un’élite intellettuale. Essa emerge piuttosto nella sfera pubblica della discussione, dove le argomentazioni possono essere accettate o rifiutate da tutti che vi partecipano.
Su questa scia, Habermas propose una riformulazione della teoria critica. Diversamente dalla prima generazione dei “francofortesi”, per i quali, a partire da un attento recupero delle istanze del marxismo, si trattava di impiegare la ragione per denunciare le distorsioni del potere e dell’ideologia nella modernità fallita, Habermas si propose piuttosto di indicare a quali condizioni di comunicazione la società moderna potesse imparare a criticare sé stessa e costituirsi come davvero democratica. La sfera pubblica della democrazia, fondata su processi deliberativi e su una comunicazione non distorta che mira a generare intesa fra interlocutori su ciò che è vero, onesto e giusto, può diventare il luogo in cui la società moderna costruisce una forma positiva di razionalità condivisa.
A partire da questo obiettivo, negli ultimi decenni del suo pensiero Habermas rivolse un’attenzione crescente anche al rapporto tra ragione secolare e tradizioni religiose. Pur rimanendo un pensatore profondamente laico di principio, convinto che il legame sociale fra cittadini possa costituirsi a prescindere da qualsiasi istanza di tipo religioso, egli riconobbe, comunque, che le religioni custodiscono intuizioni morali e linguaggi simbolici che hanno contribuito in modo decisivo alla formazione delle nostre idee di dignità, responsabilità e giustizia. In una società pluralistica come la nostra, egli sosteneva che la ragione secolare non dovrebbe escludere la religione dalla sfera pubblica, ma imparare a tradurre e a discutere le riserve di senso di cui è portatrice.
Questo orientamento trovò una delle sue espressioni più note nel dialogo pubblico che Habermas intrattenne con Joseph Ratzinger nei primi anni del 2000. L’incontro tra il filosofo laico della comunicazione e il teologo destinato a diventare papa Benedetto XVI mostrò come fede e ragione possano confrontarsi senza negarsi reciprocamente. Habermas riconosceva che la modernità secolare corre il rischio di impoverire le proprie risorse morali se taglia completamente i ponti con le tradizioni religiose e in particolare con il cristianesimo. Tuttavia, i contenuti religiosi devono entrare nel dibattito pubblico traducendosi in argomenti comprensibili a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro adesione di fede o meno. Allo stesso modo, il grande teologo Ratzinger invitava alla riscoperta di un uso illuminato della ragione in ambito della fede, in modo da evitare il rischio dell’intolleranza e del fondamentalismo religioso, rovinosi sia per la democrazia sia per la chiesa che vive in essa.
In definitiva, è proprio in questo equilibrio tra critica e dialogo che si può forse riassumere la lezione più duratura di Habermas. Una lezione di cui chi scrive cerca di far tesoro da anni nella propria impostazione pedagogica e didattica. Questo blog stesso, in un qualche modo, testimonia un debito al pensiero di Habermas. Egli, infatti, difese con ferrea convinzione la prospettiva per cui il buon esercizio della ragione umana non avviene nei monologhi, ma in processi comunicativi intersoggettivi. Tali processi sono certo fragili e sempre incompiuti. Ciò nonostante, sono gli unici che possono costituire un agire comunicativo fraterno e solidale, base di quella solidarietà fra estranei in cui dovrebbe consistere la pacifica convivenza umana tipica di una reale democrazia. A nostro giudizio, la sua eredità filosofica continua a vivere proprio in questa fiducia: che noi esseri umani, nonostante le nostre differenze e i conflitti (che, ahimè, sono attualmente tornati di moda proprio in seno alle democrazie d’Occidente), possiamo ancora cercare insieme una verità condivisa, una comunione autentica e una giustizia imparziale, attraverso la forza di argomenti ragionevolmente discussi e non attraverso l’uso della forza prepotentemente imposto.


