Quale male è misterioso?

Di Luciano Pace

Settimana scorsa nelle classi del triennio ho proposto una lezione di lettura e commento di una bella e intensa intervista di Marco Tedoldi a Vito Mancuso, uscita domenica 20 settembre sulla pagina “Cultura e spettacoli” del Giornale di Brescia. L’intervista era dedicata ad un incontro che Mancuso avrebbe poi tenuto il successivo martedì sera, dedicato al “lato oscuro della libertà umana” e il “mistero” del male (si veda sotto il testo dell’intervista). Durante la lettura e il commento dell’articolo in aula, sono emerse le seguenti riflessioni che qui condivido.

Nell’intervista Mancuso coglie un punto decisivo: il male ci inquieta perché avvertiamo che non dovrebbe esserci. È l’attesa del bene, della giustizia e di un ordine giusto compiuto a rendere il negativo veramente problematico. Questa intuizione, pur formulata con efficacia, non è nuova nella storia del pensiero. Già Aristotele apre l’Etica Nicomachea affermando che ogni azione e ogni scelta tendono a un bene. In questo senso, il bene non è soltanto ciò che desideriamo: è anche l’orizzonte entro cui riconosciamo una privazione, una frattura, qualcosa che manca rispetto a ciò che dovrebbe essere secondo il bene desiderato.

Anche il richiamo al “thauma” merita una precisazione. Interpretare l’etimologia del termine greco soltanto come «stupore angosciato» davanti al dolore e alla morte, secondo l’interpretazione resa celebre dal filosofo Emanuele Severino, rischia di restringerne la portata. Thauma è meraviglia, sorpresa, spaesamento: nasce davanti a ciò che inquieta, ma anche davanti a ciò che eccede le nostre attese per bellezza e grandezza. Del resto, sempre Aristotele, nella Metafisica, collega l’origine della filosofia allo stupore per i fenomeni del cosmo. La filosofia può nascere dal terremoto che distrugge, ma anche dal cielo stellato sopra la testa e dalla presenza del desiderio di giustizia nel nostro cuore.

Più problematico pare, invece, il rovesciamento proposto da Mancuso tra male fisico e male morale. Egli sostiene che terremoti, malattie e sofferenza appartengano strutturalmente al limite della natura, mentre il vero mistero comincerebbe quando la libertà umana sceglie il male. Si potrebbe sostenere esattamente l’opposto: è precisamente il dolore innocente causato da una malattia incurabile a costituire lo scandalo più radicale. Perché un universo capace di vita, ordine e bellezza deve includere il tumore di un bambino, il terremoto che seppellisce una famiglia, la sofferenza senza colpa di chi muore naturalmente ancor prima di nascere? Dire che tutto ciò appartiene al limite descrive il fenomeno, ma non ne scioglie il mistero.

La scelta morale del male, al contrario, è, almeno in parte, più intelligibile. Sant’Agostino da Ippona, criticato da Mancuso come pensatore inconcludente in merito all’indagine sul problema del male, lo aveva segnalato con lucidità: l’uomo non sceglie il male in quanto male, ma un bene inferiore preferito disordinatamente a un bene superiore. Nelle Confessioni, riflettendo persino sul furto delle pere, mostra come il peccato possieda una sua capacità seduttiva: promette libertà, piacere, potere, riconoscimento. È qui che trova posto la tentazione: il male attrae perché assume la forma di un bene apparente o parziale. In questo senso, seppur d’accordo con Mancuso che la libertà umana, quando cede alla tentazione compiendo il male, mostra un suo “lato oscuro”, un simile disordine nell’agire non appare affatto misterioso. Ciò che rimane un mistero, al limite, riguarderebbe anche in questo caso l’origine e il senso di questa umana tendenza a compiere il male. Perché noi esseri umani siamo inclinati a preferire spesso il male piuttosto che ordinare il nostro agire verso il bene, secondo quando la coscienza di indica?

Resta, infine, una tensione contraddittoria nell’argomentazione di Mancuso. Se il negativo, come egli sostiene, è un fatto strutturale alla natura per nulla misterioso, fino al punto che la vita si alimenta di altra vita e ogni processo porta con sé distruzione, come poi affermare subito dopo che atomi, processi fisici, chimici, biologici e relazioni umane esistono grazie all’armonia? Anche qui si potrebbe notare che il “mistero” si mostra non nell’alternativa tra armonia e disarmonia. Il creato sembra contenere entrambe. Ed è proprio questa compresenza del positivo e del negativo, più ancora della semplice attrazione umana per il male, a custodire il vero mistero dell’essere creato.

Al termine della lezione, una studentessa ha affermato: «Certo, professore, che per comprendere questa intervista non è sufficiente saper leggere e comprendere le parole. Serve un ampio orizzonte culturale di riferimento, che aiuti a pensare e interpretare quello che viene proposto». Con meraviglia ho ascoltato questo commento a cui ho dato il mio assenso, ringraziando la studentessa. Perché, esiste un thauma anche nell’attività di insegnamento: la meraviglia nel constatare quanto funzioni bene l’esercizio della ragione umana, anche in chi impara. Perché, in mezzo a tutto il negativo che ci spaventa e ci angoscia, almeno il lume naturale della ragione può risplendere ancora e rendere meno buio e tenebroso il misterioso scorrere delle nostre vite mortali.

Un pensiero riguardo “Quale male è misterioso?”

  1. Andrea M. ha detto:

    Caro Luciano,
    ho letto con piacere la tua lezione su Mancuso. Ricordi giustamente, con Aristotele, che il bene è l’orizzonte entro cui riconosciamo il male come privazione; la correzione al «thauma» di Severino è giusta; difendi Agostino da chi lo liquida come inconcludente; e la contraddizione che rilevi in Mancuso, tra il negativo come dato di natura e l’armonia dei processi fisici, è ben centrata.
    Mi permetto però un’obiezione di fondo. Contesti a Mancuso quello che chiami il suo rovesciamento tra male fisico e male morale, e osservi che si potrebbe sostenere l’opposto: che sia il dolore innocente, il tumore del bambino, lo scandalo più radicale. Ma nell’una e nell’altra posizione resta la stessa premessa: che il male fisico sia un capitolo a sé, separato dal male morale. La fede insegna il contrario. La sofferenza e la morte dell’uomo sono entrate nel mondo per il peccato: «Dio non ha creato la morte», e «per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo» (Sap 1,13; 2,24). Il bambino che soffre non paga una colpa sua: soffre a causa di una colpa non sua, che però ha ferito ontologicamente la natura umana, e quella natura ferita egli la riceve nascendo. Il peccato originale, insegna il Catechismo, è «contratto» e non «commesso», uno stato e non un atto, trasmesso con la natura stessa (n. 404). E questo la dice lunga sulla gravità del peccato. Se un solo atto di disobbedienza ha potuto ferire l’intera natura umana, fino a consegnare alla malattia e alla morte anche chi non ha mai peccato, allora il peccato non è un semplice sbaglio morale, ma una rottura che attraversa l’essere stesso dell’uomo.
    Lo stesso vale per la tua conclusione. Osservi che il creato sembra contenere insieme armonia e disarmonia, e che questa compresenza custodisce il vero mistero dell’essere creato. La constatazione è esatta, ma la formula rischia di far pensare che il negativo appartenga all’essere stesso della creatura. La creazione, invece, è uscita dalle mani di Dio «cosa molto buona» (Gen 1,31): la disarmonia non fa parte del suo essere, ma della sua storia, perché vi è entrata. La compresenza che osserviamo non è dunque il mistero dell’essere creato, ma il segno di una ferita; e proprio per questo rimanda a una causa che ha un nome.
    Il punto, in fondo, è uno solo: non si può parlare del male a prescindere dal peccato originale. Il principio che tu stesso richiami con Aristotele va portato fino in fondo. San Tommaso lo formula così: uno degli opposti si conosce per mezzo dell’altro, come le tenebre per mezzo della luce, e perciò che cosa sia il male va desunto dalla ragione del bene (S. Th. I, q. 48, a. 1). Ma se il bene pieno è Cristo, allora il male nella sua radice si conosce solo a partire da Lui. È esattamente ciò che insegna il Catechismo: bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato; la dottrina del peccato originale è il «rovescio» della Buona Novella che Gesù è il Salvatore; e non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo (nn. 388-389). Senza di essa il male resta o un dato di natura, come vuole Mancuso, o un enigma senza origine. Il Catechismo aggiunge poi un’avvertenza che riguarda da vicino chi insegna: ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori «nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi» (n. 407). Pascal lo aveva detto in una frase: senza questo mistero, il più incomprensibile di tutti, siamo incomprensibili a noi stessi. La domanda che poni commentando Agostino, perché siamo inclinati a preferire il male anziché ordinare il nostro agire al bene, ha dunque una risposta, ed è proprio questa.
    Anche l’altra tua domanda, perché un universo capace di vita, ordine e bellezza debba includere il tumore di un bambino, ha una risposta, benché non la nomini: è la domanda sul permesso di Dio. Agostino vi ha risposto con chiarezza: Dio, sommamente buono, non permetterebbe alcun male nelle sue opere se non fosse tanto onnipotente e buono da trarre il bene anche dal male (Enchiridion 11; Catechismo, nn. 311-312).
    Il mistero vero sta invece proprio dove tu dici che non c’è: nella scelta morale del male. Scrivi che quel disordine «non appare affatto misterioso», perché l’uomo sceglie un bene inferiore preferito disordinatamente a un bene superiore. Agostino parte davvero da qui: nessuno, osserva, commette un delitto se non per il desiderio di qualche bene (Confessioni II, 5, 11). Ma poi prova ad applicare il principio al furto delle pere, e non regge. Rubò ciò che aveva in abbondanza e molto migliore; non voleva godere della cosa rubata, ma del furto stesso e del peccato; le portò via magari per gettarle ai porci. E confessa: «amai il perire, amai il mio venir meno, non ciò per cui venivo meno, ma il mio stesso venir meno»; volle essere malvagio gratuitamente, e della sua malizia non c’era altra causa che la malizia stessa (II, 4, 9). Cerca ancora una spiegazione, nella tenebrosa imitazione dell’onnipotenza di Dio e nella complicità degli amici, ma alla fine si arrende: chi scioglierà questo nodo «tortuosissimo e intricatissimo»? (II, 10, 18). È il mysterium iniquitatis (2 Ts 2,7): la libertà di una creatura buona che si rivolta contro il suo Creatore, prima l’angelo e poi l’uomo. Una scelta che non ha una ragione da trovare, perché il male non è un essere ma una privazione; cercarne la causa efficiente, avverte ancora Agostino, è come voler vedere le tenebre: non c’è causa efficiente, ma deficiente (De civitate Dei XII, 7).
    Per questo il finale sul solo «lume naturale della ragione» mi sembra insufficiente. Mi ha colpito la frase della tua studentessa: per capire serve un orizzonte. Ha ragione, e proprio per questo vale la pena darle quello intero. L’orizzonte in cui il male diventa comprensibile non è quello di Aristotele, né quello di Severino, né tanto meno quello di Mancuso: è la Croce redentiva. Lì lo scandalo che richiami, il dolore dell’innocente, trova la sua risposta, perché l’unico Innocente in senso pieno è Cristo, l’Agnello senza macchia che ha preso su di sé il peccato del mondo. E la gravità del peccato si misura dal prezzo pagato per ripararlo: non è bastato un maestro di saggezza, è stato necessario il sangue del Figlio di Dio. Dio non è venuto a eliminare la sofferenza e nemmeno a spiegarla, scriveva Claudel, ma a riempirla della sua presenza. Anche il dolore di un bambino, unito a quello di Cristo, non resta un’assurdità: diventa ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo, che è la Chiesa (Col 1,24). La ragione può riconoscere il male come privazione di un bene dovuto, e tu lo mostri bene con Aristotele; ma solo la Croce dice all’uomo da dove viene, che cosa ne è stato fatto e come finisce. Senza la caduta e senza la Croce, il male resta un’intervista che non si riesce a interpretare.
    Con stima e amicizia,
    Andrea

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