Riguardo le lezioni frontali

Di Luciano Pace

Ormai da tempo si sta ahimè diffondendo anche sui social una polemica nei confronti dei cosiddetti “pedagogisti accademici” che si occupano di educazione in ambito scolastico. Uno degli elementi fulcro di questa polemica risiede nel porre in contrasto lo “sviluppo di competenze”, propugnato da simili pedagogisti, con la “trasmissione di conoscenze” da essi denigrata. A giudizio di chi muove una simile polemica, i pedagogisti parlano della scuola senza averla mai vissuta; perciò, dovrebbero smetterla di sminuire il valore della trasmissione delle conoscenze e con essa le lezioni frontali a favore di attività d’aula che avrebbero, solo in teoria, la capacità di sviluppare competenze. Al contrario, a scuola dovrebbe essere ripristinato un dignitoso setting frontale di lezione, nel quale gli studenti prendono appunti dietro i loro banchi mentre ascoltano, con dedizione mista a timore reverenziale, le lezioni dei loro insegnanti.

A chi non piacesse far parte di una tifoseria pedagogica solo per partito preso con l’unico scopo di avversare l’altra tifoseria, una polemica di questo tipo potrebbe diventare interessante per porsi alcune domande: 1. È realistico affermare che a scuola la maggior parte degli insegnanti ha rinunciato a proporre lezioni frontali nelle sue discipline? 2. Come funzionano e qual è lo scopo delle lezioni frontali? In particolare, una lezione frontale trasmette le conoscenze disciplinari? 3. Insegnare in una logica di sviluppo di competenze significa rinunciare a mediare il senso delle conoscenze disciplinari? Forse, con il provare a rispondere a simili interrogativi, si potrà smorzare un contrasto ideale che sembra mosso più da motivi di ordine emotivo che non fondato su ragioni pedagogico-didattiche.

1. Cominciamo con la prima domanda. È davvero così diffuso a scuola uno stile di insegnamento per sviluppo di competenze? A quanto pare, molto meno di ciò che suppongono i suoi polemisti. Infatti, nonostante nell’ambito della formazione degli insegnanti molte proposte di formazione si orientano da tempo a suggerire stili didattici attenti allo sviluppo delle competenze, di fatto la stragrande maggioranza degli insegnanti delle scuole secondarie adotta ancora la cosiddetta “didattica tradizionale”, fatta per lo più di lezioni frontali. Perciò, l’impressione di chi a scuola ci vive da tempo ogni giorno potrebbe essere non tanto quella che sta divampando un incenerimento della didattica tradizionale, quanto, piuttosto, quella per cui nella foresta continuano a crescere piante a suon di lezioni frontali, nonostante gli allarmi di pericolo dei pedagogisti accademici.

2. Perciò, ridimensionata l’impressione da cui sorge la polemica, veniamo ora alla “res” della questione: in che cosa consiste una lezione frontale e quale ne è lo scopo? Diciamo subito che la lezione frontale non ha come sua finalità trasmette conoscenze, se con ciò si intende che basti ascoltarla per impararle a dovere. A meno di pensare che gli insegnanti siano dei maghi che fanno incantesimi sulle menti degli studenti, per imparare bene le conoscenze di qualsiasi disciplina non basta prestar attenzione a buone lezioni frontali. È necessario anche lo studio e l’approfondimento personale, fatto di lettura, di esercizi, di compiti da svolgere. Piuttosto, l’esperienza d’aula insegna che scopo della lezione frontale è esercitare una specifica forma di mediazione didattica, di cui l’insegnante dovrebbe essere competente: la spiegazione.

Spiegare un contenuto non significa trasmetterlo! “Spiegare”, come suggerisce l’etimo latino, vuol dire “togliere le pieghe”, cioè fare in modo di rendere chiaro e distinto qualche concetto ostico della propria disciplina a chi la deve imparare. Se così è, si capisce che le spiegazioni di cui è fatta una lezione frontale devono essere dotte e precise, ma anche preparate ad arte, adatte all’uditorio e, perché no, piacevoli da seguire. Inoltre, il contesto di spiegazione deve lasciare spazio alle richieste di chiarimento degli studenti. Fa parte della competenza nel saper spiegare anche il rispiegare lo stesso concetto in termini diversi. Tutta la lezione frontale è simile all’attività di chi stira le camice: mira a piegare le idee con ordine, perché possano poi essere riposte nell’armadio della mente. Questo posizionamento ordinato faciliterà in seguito il poter indossare quelle idee quando si tratterà di studiarle per propio conto.

3. Con tutto ciò detto, giungiamo al terzo interrogativo: insegnare tramite buone lezioni frontali significa opporsi alla didattica per sviluppo di competenze? Pare proprio di no. Infatti, ogni disciplina è fatta di contenuti specifici e di abilità proprie. Per esempio, chi insegna Latino, insegna a conoscere la grammatica e la sintassi (conoscenze) in modo da imparare a tradurre le versioni (abilità). Ora, grazie al supporto dell’insegnante durante le lezioni, uno studente sviluppa la competenza nella lingua latina a suon di attenzione a lezione, studio e esercizio nella traduzione. Compito dell’insegnante è appunto supportare e valutare tale sviluppo. Perciò, dove sarebbe il supposto contrasto fra lo sviluppo delle competenze in latino e la comunicazione chiara delle conoscenze proprie di questa lingua?

A ben vedere, chiunque da insegnante dimostra una certa maestria nello svolgere lezioni frontali, al contempo, mostra anche un’attenzione allo sviluppo delle competenze nella sua disciplina, tramite svolgimento di esercizi e prove di valutazione dei livelli di competenza. Una simile maestria nel far lezione è spesso considerata dagli studenti come espressione della passione verso ciò che viene insegnato: “Si vede proprio che a quell’insegnante piace ciò che insegna!”, affermano. Questo perché, all’occhio critico e attento di chi vuol imparare, le buone lezioni frontali appaiono non come una trasmissione di contenuti, ma come supporto nella loro motivazione a studiare ed imparare. Tant’è che fra le lamentele ancora oggi più diffuse a scuola c’è questa: “Quell’insegnante non sa nemmeno spiegare!”.

Se gli studenti segnalano questo, noi che ci occupiamo di insegnar loro dovremmo farne tesoro. In particolare, potremmo evitare di perderci in sterili polemiche pubbliche mosse per lo più dall’insoddisfazione, dal malumore e da desideri di rivalsa sociale, imparando piuttosto a supportarci a vicenda nel riflettere su ciò che con fatica e dedizione compiamo ogni giorno in aula. Inoltre, al posto di polemizzare con chi propone orientamenti didattici per sviluppo di competenze, forse siamo chiamati a sviluppare le nostre competenze per svolgerle al meglio lezioni frontali efficaci, senza immaginare troppo velocemente di possedere quella capacità di mediazione linguistica che permette di cimentarsi in buone spiegazioni. Da ultimo, una volta compreso in cosa consiste davvero una lezione frontale, dovremmo smetterla di immaginare che, tramite essa, trasmettiamo le nostre conoscenze disciplinari. E, ritrovata un po’ di saviezza, converrebbe smettere anche di scriverlo sui social.

Lascia un commento

Test

Articolo precedente

Che personaggio biblico sei?
Scuola di Filosofia

Articolo successivo

La sapienza dell’Accademia