Il primo adoratore della natura?

Di Luciano Pace.

Ormai da tempo sono persuaso del fatto che le migliori occasioni per pensare vengano offerte nelle fortuite e inattese circostanze della vita quotidiana. Iniziamo con il dire che siamo sul far della sera della festa di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Non è difficile comprendere perché abbia ricevuto tale onore. In teoria, ogni insegnante di Letteratura Italiana insegna nelle sue aule che il “Cantico di frate sole” di san Francesco d’Assisi è una delle primissime attestazioni della nostra bella e dotta lingua italiana. E quale santo può essere il protettore spirituale dell’Italia se non quello che ha inventato l’Italiano?

Questa mattina all’alba ho già dedicato al santo d’Assisi una videopreghiera (clicca qui). Ora vorrei dedicargli qualche parola nella lingua che ha inventato. Vorrei onorarlo, come si merita un grande santo, umile e semplice, ma colto! Sempre questa mattina, infatti, un’amica mi ha reso partecipe di un evento della sua vita familiare. Sua figlia frequenta la classe prima della Scuola Secondaria di I grado, cioè la prima media. Lunedì, durante la lezione di Letteratura Italiana, la sua insegnante ha illustrato il “Cantico di frate sole”. Nel libro di testo in adozione era poi indicata un’attività da svolgere per riflettere sul Cantico che l’insegnante ha assegnato come compito a casa.

L’attività era questa: lo studente doveva confrontare il versetto del libro biblico della Genesi in cui si dice che Dio comanda all’uomo di soggiogare la terra e di dominare sugli altri esseri viventi (Genesi 1, 28) con il «sentimento con cui Francesco si esprime nei confronti della natura». In particolare, gli studenti dovevano argomentare sul perché il sentimento di Francesco (senza “san”) verso la natura risulta diverso da quello espresso nella Bibbia.

Rispetto a questa assegnazione didattica vorrei suggerire qualche elemento di riflessione critica, visto che mi occupo di didattica da un po’ di tempo anche in Accademia. Per prima cosa, nel Cantico Francesco non usa mai la parola “natura”. È probabile che ci sia un motivo se non la impiega. Adoperare la parola “natura” come sinonimo di “creato” non è rendere giustizia al senso testuale del Cantico. Vediamo le ragioni. Prima di chiedere di riflettere su un testo confrontandolo con un altro (soprattutto ai preadolescenti di prima media) meglio sarebbe accertarsi che cosa abbiano compreso. Per esempio, si potrebbe loro domandare: «A chi rivolge la sua lode san Francesco con il Cantico?». La risposta è nell’incipit: «Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione», che, parafrasato evitando pedisseque traslitterazioni, significa “Altissimo, onnipotente e buon Dio, a te si devono le lodi, la gloria e l’onore ed ogni benedizione».

Infatti quel “tue so” significa che a Dio “appartengono” questi onori, nel senso che solo Lui se le merita. Non è difficile da comprendere visto che Francesco era santo e, quindi, riteneva che l’amore a Dio fosse da porre sopra ogni cosa. Egli, dal punto di vista di san Francesco, è Creatore e manifesta la sua mirabile azione nella varietà delle sue creature. Di conseguenza il “Laudato sie” o il “Laudato si’” in ogni strofa del Cantico è sempre rivolto a Dio che merita lodi, onore e benedizione a motivo della sue creature. Nessuna analisi testuale sensata potrebbe giungere a sostenere che san Francesco voglia lodare le creature, cioè la (dea) “natura”, che non è neppure nominata.

Una seconda riflessione. Far intendere agli alunni – per ignoranza della cultura biblica, suppongo – che la visione del creato illustrata in Genesi 1 sia in contrasto con i sentimenti di san Francesco è proprio bislacco didatticamente. Forse chi ha scritto quel libro di testo, l’ha fatto senza far troppa attenzione a questo aspetto. Provo, anche in questo caso, a dare una mano riflessiva. Partiamo con la parola “soggiogare“. Se non sbaglio, il “giogo” è un artefatto agricolo: quella specie di grande ferro di cavallo in legno posto sulle spalle dei buoi per attaccarci l’aratro e coltivare la terra.

Quando Dio, nel primo racconto biblico della creazione, comanda all’uomo di soggiogare la terra che cosa gli sta dicendo, quindi? Molto semplicemente: di coltivarla. Ma non solo. Di coltivarla con l’aiuto degli animali, visto che, seguendo il secondo racconto biblico della creazione, essi sono stati voluti da Dio come un aiuto per gli uomini che gli fosse simile (cfr. Genesi 2, 18-19). Soggiogare un bue non vuole dire maltrattarlo, santa pace! Vuol dire considerarlo amico per arare la terra. E perché è amico dell’uomo? Perché Dio, che merita ogni lode, onore, gloria e benedizione, ha voluto aiutare gli uomini grazie agli animali domestici. Quale supposto contrasto ci sarebbe con il Cantico di frate sole, mi domando?

Ora, però, qualcuno potrebbe farmi notare: «Va bene Luciano. Ti concediamo questa puntualizzazione sul soggiogare la terra. Ma che ci dici di quel dominare sulle altre creature? Qui non hai scampo: chi domina non può apprezzarle!». Risponderei: «Ah no? Davvero chi domina non può apprezzare? Mi potresti dire per favore che cosa significa la parola “dominus” in Latino? Per caso, non significa “signore“. In Italiano che cosa significa essere un “signore”? Quando diciamo di un uomo che un “signore” o di una donna che è una “signora”? Quando comanda, la fa da padrone o padrona e vuole rovinare tutto col suo potere? Oppure, più sensatamente, quando si presenta come qualcuno tutto d’un pezzo, garbato, affidabile, premuroso, onesto, disponibile verso gli altri, ecc…

Essere stati insigniti da Dio dell’onore di essere “signori” del suo creato non significa affatto, secondo la logica biblica, che dobbiamo sciuparlo, inquinarlo, deturparlo perché ne siamo i padroni. La Bibbia non vuole assolutamente comunicare questo. Chi la conosce bene e la ama lo sa! Essere signori del creato significa custodirlo, averne cura e premura in nome di Colui che lo crea. Dobbiamo essere “signori” verso il creato del “Signore”. E san Francesco, attraverso il Cantico, ci fa capire che cosa significa la signoria umana verso il creato: le lodi, la gloria e l’onore a Colui che ci ha dato il privilegio di goderne, insieme alle altre creature.

In definitiva, tutto questo dovrebbe essere sufficiente a mostrare che il sottile intento di trasformare san Francesco nel primo adoratore della dea natura che si pone contro la fede biblico-cristiana, intento comunicato nell’assegnazione didattica del testo scolastico qui indicato, è una vera stupidaggine: sia dal punto di vista letterario, sia dal punto di vista antropologico, sia dal punto di vista teologico. Per di più, il fatto di promuovere esercizi didattici sbadati nei libri di testo in nome della promozione di una certa visione ambientalista (per lo più di stampo neo-cataro) non rende onore alla nobile e bellissima arte dell’insegnare. Arte che è fatta di studio, di approfondimento, di piacere nell’andare a considerare più dettagliatamente come stanno le cose e poi di comunicarle in modo da farsi comprendere mentre si appassionano gli animi alla conoscenza e alla cultura.

Credo, tuttavia, che difficilmente si possa raggiungere tale nobile obiettivo istruttivo se alcuni di coloro che scrivono ed editano libri scolastici non fanno debita attenzione ai contenuti disciplinari che comunicano. Per intenderci: nessuno è obbligato a condividere la fede di san Francesco. Però, è davvero lugubre dal punto di vista intellettuale trasformare il patrono d’Italia in ciò che non avrebbe mai e poi mai voluto essere: l’ambientalista che parlava agli uccellini e amava la natura più di Cristo. San Francesco ha predicato agli uccelli per disperazione, perché gli uomini del suo tempo non gli davano ascolto quando predicava la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio. Chissà cosa farebbe, se fosse vivo, di fronte a chi oggi ritiene che egli intendesse comunicare di adorare gli uccellini al posto di Dio? Lascio a chi legge di rispondere con la sua immaginazione e con un sorriso.

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