La filosofia e Dio

Il rapporto fra Dio e la filosofia oggi è assai complicato. Ci sono diverse opinioni che lo rendono tale. La prima appartiene a coloro che ritengono ormai superfluo, se non addirittura frivolo, il considerare Dio in filosofia; per costoro la teologia naturale è una forma di antiquariato del pensare inutile ai giorni nostri. La seconda, invece, appartiene a chi pensa che di Dio si possa trattare solo a partire da una precisa e personale scelta di fede; di conseguenza non si può conoscere nulla di Dio con la semplice ragione naturale. Infine, una terza prospettiva è quella di chi ritiene addirittura pericoloso pensare Dio filosoficamente, poiché l’esercizio di ragione intorno all’esistenza di Dio sarebbe diabolico e condurrebbe facilmente all’ateismo. Di questa terza prospettiva è illustre rappresentante Martin Lutero.

Rispetto alla prima opinione si potrebbe notare, con semplicità, che esistono delle mode anche in filosofia, ahimè. Questo, tuttavia, non significa che pensare razionalmente a Dio, come si fa in teologia naturale, non sia di valore solo perché un simile modo di pensare non è seguito da molti followers intellettuali. La seconda opinione ha un palese difetto: se è esclusivamente la fede religiosa la condizione per pensare a Dio, di Lui si può sostenere tutto e il contrario di tutto, spesso solo in base ad umori mentali passeggeri. Le interpretazioni intorno a Dio sono destinate ad essere, anche per chi le sostiene, opinioni incerte che entrano in conflitto le une con le altre. In effetti, il nostro modo attuale è pieno di divinità che si fanno la lotta in nome della instabile fede dei loro devoti. Forse l’esercizio di ragione introno a Dio potrebbe garantire una miglior “diplomazia” sulla sua esistenza fra avversari di religioni diverse.

La terza prospettiva è seguita da molti teologi cristiani. Certo, pensare con ordine è un rischio, non c’è dubbio: smaschera molti idoli del pensiero, anche in teologia. Ma, ritenere che l’esercizio della ragione sia di ostacolo alla fede in Dio è, se non altro, bizzarro da sostenere da parte di chi afferma di credere in Lui. Infatti, come è possibile credere in ciò che sarebbe giudicato irragionevole o in chi si ritiene inaffidabile. Tutti coloro che hanno fede certa in Dio ritengono ragionevole la loro fede, pacifica, oserei dire. In realtà, è più probabile che giungano ai lidi dell’ateismo i fideisti che si sono lasciati condurre nella fede solo dalle tempeste delle loro estemporanee passioni.

Comunque sia, far filosofia – a me sembra – non significa trovare ragioni efficaci per sostenere le proprie convinzioni, ma nel mostrare la propensione della mente a porre in dubbio qualsiasi convinzione preconcetta quando risulti necessario accogliere una verità a cui non si sia fatta debita attenzione. Una di queste verità, su cui oggi si è distratti, è la possibilità di conoscere Dio anche per tramite della ragione naturale. Il che, appunto, rende complicato trattare di Dio facendo filosofia. Ciò nonostante, è davvero così difficile immaginare che valga la pena anche oggi cercare di farlo?

4 pensieri riguardo “La filosofia e Dio

  1. Andrea M. ha detto:

    Caro Luciano,
    parto dal tuo stimolante post sul rapporto tra la filosofia e Dio per alcune considerazioni personali sulla tua seconda opinione. È ovvio che anche chi non ha la fede possa argomentare su Dio, ma il suo pensiero rimarrebbe comunque “zoppo”, per dirla con l’aforisma di Einstein. Penso, però, che si debba bene capire cosa s’intende per fede cattolica. Un bel ripasso del Catechismo tridentino ci aiuta:
    Le Sacre Scritture attribuiscono al termine fede molti significati: noi ne parliamo come di una disposizione, in forza della quale prestiamo assenso completo alle verità divinamente manifestate. Che una tale fede sia necessaria al conseguimento della salvezza, nessuno potrà porlo seriamente in dubbio, specialmente ricordando quanto è scritto: “Senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Eb 11,6). Essendo infatti la meta proposta all’uomo per la sua beatitudine troppo sublime per poter essere raggiunta dalla capacità della ragione umana, era necessario riceverne conoscenza da Dio. Ora questa conoscenza è appunto la fede e la sua efficacia fa sì che riteniamo per certo quanto l’autorità della Chiesa nostra madre addita come rivelato da Dio. In nessun fedele infatti può nascere dubbio intorno a verità di cui Dio, verità per essenza, è garante.
    […] IO CREDO. Qui il verbo “credere” non significa reputare, stimare, opinare, bensì, secondo l’insegnamento della Sacra Scrittura, significa il sicurissimo assenso, in virtù del quale l’intelligenza aderisce, con fermezza e tenacia, a Dio che rivela i propri misteri.
    La fede cattolica, lungi da essere cieca, è l’ala che insieme alla ragione fa volare in alto i pensieri su Dio. Ne consegue, però, che non tutte le filosofie vanno bene. Anzi, una sola ha la garanzia di essere la vera ancella della teologia…

    Ciao
    Andrea

    1. Luciano Pace ha detto:

      Caro Andrea, la riflessione da te proposta sulla fede in Dio è assolutamente condivisibile nel momento in cui si considera non la sua esistenza ma la sua adeguata conoscenza da parte di noi uomini. In altre parole, per chi ha la fede teologale, questa fede è conoscenza soprannaturale di Dio: di chi Egli è in Se Stesso e di chi è in relazione alla nostra salvezza dal peccato. Come giustamente hai notato, di questa conoscenza soprannaturale di Dio è depositaria la Chiesa, custode indegna della Rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Ciò che io proponevo non era così elevato. Era la semplice considerazione per cui oggi è difficile anche solo accettare che si possa sapere che Dio esista in virtù della ragione naturale e che, in questo, il fideismo (ovvero una fede cieca ed irrazionale) non aiuta. Certamente sapere che qualcuno esiste non è sufficiente per poter dire chi egli sia, men che meno per amarlo. Se incontro un estraneo per strada, non so chi è, non posso dire di conoscerlo, né di apprezzarlo. Ma, certamente, so che c’è. Credo che qualcosa di simile accada per Dio. Con la ragione naturale si può giungere a sapere che esiste Colui che chiamiamo Dio. Però, in effetti, questo non è sufficiente per conoscerLo e, men che meno, per amarLo con l’assenso sicuro di cui tu parlavi. Certo, se fosse impossibile a noi umani poter anche solo sapere con sicurezza che Dio esiste in forza della ragione naturale, di conseguenza, nel momento in cui affermassimo di conoscerlo ed amarlo, staremmo in realtà farneticando, come coloro che credono all’esistenza reale (cioè non solo immaginifica) delle chimere e degli spaturni. Grazie della tua chiara riflessione che ha aperto uno spiraglio per meglio intendere la distinzione che ho cercato di chiarire. Ciao. Luciano.

      1. Andrea M. ha detto:

        Caro Luciano,
        certamente è possibile con la sola ragione stabilire l’esistenza di Dio: del resto la stessa definizione di fede come il sicurissimo assenso, in virtù del quale l’intelligenza aderisce a Dio che rivela i propri misteri presuppone pacificamente proprio l’esistenza di Dio.
        La Costituzione dogmatica Dei Filius contiene parole davvero illuminanti: “La fede e la ragione non solo non possono essere mai in contrasto fra loro, ma anzi si aiutano vicendevolmente in modo che la retta ragione dimostri i fondamenti della fede e, illuminata da questa, coltivi la scienza delle cose divine, e la fede, dal canto suo, renda la ragione libera da errori, arricchendola di numerose cognizioni”.
        Il fideismo, inteso come fede cieca ed irrazionale, presuppone, invece, una sorta di idolatria di se stessi; è una sorta di mozione interiore dell’anima mossa dal solo sentimento. Questa fede solo umana verso Dio, che in realtà è una chimerica rappresentazione di se stessi, è stata anatemizzata dalla Dei Filius:
        Se qualcuno dirà che la Rivelazione divina non può rendersi credibile per segni esterni, e che perciò gli uomini devono procedere verso la fede solo attraverso l’interiore esperienza o l’ispirazione privata di ciascuno: sia anatema.
        Da ciò emerge come si debba considerare il dubbio inerente la fede. Se ci si riferisce alla fede teologale ricevuta nel battesimo il dubbio volontario, che trascura o rifiuta di ritenere per vero ciò che Dio ha rivelato, è un peccato contro la fede ossia contro il primo Comandamento. Se il dubbio involontario, ossia l’esitazione a credere, la difficoltà nel superare le obiezioni legate alla fede, è deliberatamente coltivato può condurre all’accecamento dello spirito. Insomma, il dubbio non è mai qualcosa di buono.
        Se ci si riferisce alla fede come fideismo il discorso, ovviamente, si ribalta ed il dubbio diventa addirittura una grazia…
        In filosofia il dubbio è positivo se non è fine a se stesso ma al servizio della ricerca della verità.

        1. Luciano Pace ha detto:

          Grazie delle tue parole che mi sento di condividere a pieno. Bella in particolare la comprensione che suggerisci dell’atto del dubitare che, a seconda dello spirito da cui proviene, può indicare disprezzo oppure, all’opposto, dedizione alla verità.

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