L’educatore cristiano

Il seguente brano antologico sintetizza in che cosa consiste l’arte di educare nella prospettiva di fede cristiana. È dedicato in particolare agli educatori e, ancor di più, agli insegnanti. Edith Stein (ovvero santa Teresa Benedetta della Croce), l’autrice della riflessione, espone che cosa ostacola e che cosa facilita l’attività educativa umana. Indica, inoltre, qual è il fine a cui essa tende: collaborare all’opera educativa di Dio che intende far crescere ciascuno secondo un destino personale, unico ed irripetibile.

Gli educatori umani sono solo strumenti nelle mani di Dio. È chiaro quale atteggiamento di fondo risulti per l’educatore cristiano. Innanzi tutto un profondo rispetto e un sacro timore dinanzi ai giovani che gli sono affidati. Ogni intervento arbitrario sarebbe un’intrusione nel piano divino. Nella natura umana e in quella individuale di ogni singolo vi è una norma educativa a cui l’educatore deve adeguarsi. Le scienze (psicologia, antropologia, sociologia) gli offrono importanti strumenti per la conoscenza della natura umana, anche per quella del giovane.

Tuttavia, egli può avvicinarsi alle peculiarità individuali solo attraverso un contatto interiore: l’atto proprio del comprendere, che sa interpretare il linguaggio dell’anima nelle sue diverse forme espressive (sguardo, espressione del viso e gesto, parola e scrittura, azione pratica e creativa), può penetrare nel profondo. la via per lui è libera, però, solo se l’anima si esprime senza impedimenti e se l’originario processo di sviluppo e di formazione dell’interno verso l’esterno non è interrotto.

Nella completa semplicità del bambino abbiamo questo ininterrotto flusso di vita. In lui lo sguardo e il gioco dell’espressione del viso, il parlare spensierato sono lo specchio dell’anima. Tuttavia, oggi, già i più piccoli, che accogliamo nelle scuole, non sono più così semplici. Molti sono già rinchiusi in se stessi, isolati verso l’esterno; essi non possono e non vogliono più svilupparsi ed esprimersi liberamente; lo guardo dell’educatore rimbalza come su un muro. Egli deve innanzi tutto riaprire di nuovo ciò che è chiuso. Nessun atto arbitrario otterrà questo. Solo lo sguardo dell’amore – l’amore del vero educatore, sacro, cosciente della propria responsabilità – che non perde di vista il bambino, aprirà una breccia attraverso la quale potrà infine penetrare ed abbattere il muro.

Ma forse accade più spesso che l’educatore si renda responsabile di questo isolamento a causa di un metodo inadeguato. Quando l’anima, che si è aperta in una fiducia naturale, si imbatte in malintesi, equivoci o anche fredda indifferenza, allora si chiude. Anche quando, al posto di una naturale dedizione, avverte una volontà di controllarla, una sistematica volontà di penetrarvi. Oppure quando intuisce interventi nella sua interiorità dinanzi ai quali vuole difendersi. L’educatore ha bisogno di conoscere l’anima del bambino; però possono aprirla solo l’amore e un timore rispettoso che non cerca di forzare ciò che è chiuso.

Conoscere il bambino significa anche avvertire qualcosa circa l’orientamento ad un fine posto nella sua natura. Non si possono educare gli uomini ad uno scopo identico per tutti, secondo uno schema generale. Dare spazio alla specificità del bambino è un mezzo essenziale per individuare l’orientamento interiore al fine.

L’attività dell’educatore non viene per questo eliminata. Se egli “lascia crescere” soltanto, non è all’altezza del suo compito. Se il germe si deve sviluppare verso una struttura perfetta, verso la sua forma compiuta, alcune disposizioni devono essere curate e sostenute, altre, però, vanno bloccate ed eliminate. Iperattività e passività sono ugualmente grandi pericoli nel lavoro educativo. Vi è una via, fra i due abissi, che deve essere percorsa dall’educatore che è responsabile dinanzi a Dio di non andare né di qua, né di là. Egli può solo procedere prudentemente, andando a tastoni. Ciò che lo deve rafforzare in questo compito pieno di insidie è proprio il pensiero che rende tale compito insidioso, cioè che è un’opera di Dio alla quale egli deve collaborare. Egli ha la responsabilità di fare la sua parte. Ma, nel farlo, può star certo che la sua inadeguatezza non comprometterà alcunché e che ciò che egli non può portare a compimento, avverrà in altro modo.

Se egli è consapevole del fatto che l’educazione è in ultima analisi opera di Dio, allora mirerà a risvegliare questa fede anche nel bambino. Solo così si assolve in modo corretto il dovere ultimo di ogni prassi educativa che è quello di condurre dall’educazione all’autoeducazione, alla consapevolezza di essere disegnato dalle mani di Dio e di avere un destino da lui donato: questa fede deve far emergere anche nei giovani quel nesso tra responsabilità e fiducia che è il giusto atteggiamento dell’educatore.

Responsabilità significa educarsi a ciò che si deve diventare. Fiducia significa che non si affronta da soli questo compito, ma ci si deve aspettare che la Grazia compirà ciò che va oltre le proprie forze. Se questa fede è viva in entrambi, nell’educatore e nell’allievo, allora è presente il fondamento oggettivo perfetto per il loro giusto comportamento, cioè quella fiducia pura e gioiosa, che si erge al di sopra di ogni umano affetto, per il quale tutti e due cooperano alla realizzazione di un’opera che non appartiene a questa o quella vicenda personale, ma che è di Dio.

(tratto da E. Stein, La struttura della persona umana, Città Nuova).

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