Santi, non eroi

Il brano antologico proposto pone a confronto il senso delle antiche epopee eroiche della grecità (Iliade, Odissea, Eneide) con la saga fantasy raccontata da Tolkien ne “Il Signore degli Anelli“. Con acutezza l’autore mostra come l’idealtipo dell’eroe classico venga completamente ribaltato nell’immaginario tolkeniano e trasformato nel “santo” cristianamente inteso.

Nel Signore degli Anelli c’è un viaggio, come quello di Enea o dei cavalieri della Tavola rotonda, che è al tempo stesso l’opposto di quei viaggi. Mentre gli antichi poemi epici raccontano di un viaggio o di una guerra, dove gli eroi affermano il loro potere o conquistano qualcosa – anche ne Lo Hobbit il tesoro dei nani va riconquistato, Thorin Scudodiquercia è un nano testardo che combatte contro il drago e deve vincere, così come Achille, Ulisse, Enea e tutti i grandi – qui no.

Il viaggio della Compagnia dell’Anello parte dalla Contea, sita a nord-ovest e arriva a Mordor a sud-est. Tuttavia il viaggio viene intrapreso non per conquistare ma per rinunciare. Perché il tesoro lo hanno già: Bilbo, che ha l’anello, lo dà subito a Frodo. I protagonisti hanno già il talismano del potere; devono fare un viaggio, difficilissimo e pericoloso, non per prendere, ma per perdere; non per allungare le mani ma per toglierle; non per affermare se stessi, ma per rinnegare se stessi. Per rinunciare, o meglio, per condividere: per mettere il potere a servizio di tutti. Necessariamente non ci vogliono gli eroi ai quali eravamo abituati. A cosa serve Achille? Fortissimo! O Ulisse? Astutissimo! Qui bastano gli Hobbit, perché c’è bisogno di un altro tipo di eroismo.

Tolkien nasce alla fine dell’Ottocento, che a livello filosofico si chiude con la morte di Nietzsche, nel 1900, dopo aver predetto che Dio è morto, si faccia largo al Superuomo. Si è visto, nel Novecento, cosa ha realizzato il Superuomo: il famoso Paradiso in terra si è rivelato l’Inferno e Tolkien lo ha attraversato.

Tolkien sembra rispondere a Nietzsche, non volontariamente, dicendo: «No, il Superuomo non ci salva, ci salva il mezzo uomo». Per una missione strana come quella del Signore degli Anelli, dove il potere non va conquistato ma perso, occorre un’altra tipologia di protagonisti, che hanno poco degli eroi e più qualcosa dei santi. […]

E così ci ricolleghiamo alla profezia di Tolken, quando affermava che Nietzsche aveva visto male sull’uomo post-moderno di oggi, invocando il Superuomo: a noi serve un mezzo uomo; un uomo monco, incompiuto. Usando le parole giuste si può affermare che l’uomo è incompiuto. Il finale del Signore degli Anelli mostra proprio questo: Sam torna e pronuncia la battuta finale con un sospiro – lui che in qualche modo è l’eroe classico – «sono tornato», come potrebbe dire Ulisse. Ma il vero protagonista non è Sam, è Frodo. Frodo è l’eroe incompiuto, è l’eroe cristiano, è il santo. Come ho letto in un saggio del teologo Jean Danielou, la differenza sta nel fatto che l’eroe ci mostra ciò di cui l’uomo è capace; il santo ci mostra ciò di cui è capace Dio. C’è una bella differenza.

(Brano tratto da A. Monda, John Ronald Reuel Tolkien. L’imprevedilità del bene, Edizioni Ares).

Lascia un commento

Articoli

Articolo precedente

In memoria di Vattimo
Librologia

Articolo successivo

“Colui che raccontò la Grazia”